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Nino Migliori. Intervista di Vincenza De Nigris

Com’è cambiata la tua visione dell’Italia dal punto di vista fotografico, rispetto alle immagini che hai realizzato negli anni 50’? Oggi, come e cosa fotograferesti per documentare l’Italia?

È cambiato il mio concetto di vedere la fotografia e di rapportarmi con la gente. Ho vissuto il periodo della guerra che mi ha segnato profondamente, ricordo ancora che, da studente, quando sentivo la sirena d’allarme antiaereo, correvo in rifugio, ero un diciottenne, quindi renitente di leva  e passabile all’arresto. La situazione in cui si viveva era drammatica, tra i bombardamenti e i rastrellamenti; non avevamo la possibilità di pensare a cosa indossare per essere alla moda, c’erano un maglione d’inverno e una maglietta d’estate, era tutto lì. La vita era sopravvivenza, uno stato d’animo difficile da spiegare oggi. Terminata la guerra, il clima era d’assoluta povertà ma vi era la voglia d’incontrare la gente in modo libero. Iniziai così a fotografare le persone, il mio approccio non era quello di un viaggiatore che osservava e documentava da estraneo. Mi facevo accettare dalle persone perché volevo davvero bene a questa gente; vivevo con loro, se pur per brevi periodi, e per questo riuscivo ad integrarmi. Le immagini che realizzavo erano fotografie fatte da “amico”. Per abbattere la barriera dell’imbarazzo e per non far sentire la presenza del fotografo, le prime immagini erano scatti a vuoto. A quei tempi, c’era anche un maggiore clima di fiducia, le abitazioni non erano chiuse a chiave o dai cancelli, la bellezza era anche in questo, ovvero, vedere una famiglia dentro e fuori casa. Vi era però la gerarchia patriarcale delle scale. I bambini erano seduti negli scalini più bassi e con l’aumentare dell’età, le posizioni più alte erano occupate dalle persone più adulte, sino ad arrivare ai vecchi. Sono tutte cose che vanno lette in quel contesto, in quella situazione di frequentazione. Non saprei oggi come fotografare l’Italia perché non potrei più usare l’impostazione che utilizzavo all’epoca, per la mia età, per il tempo trascorso, sessanta/sessantacinque anni, e per la situazione che è cambiata, nello stato d’animo d’apertura di allora. Oggi sono condizionato dall’informazione, dai mezzi di comunicazione. Probabilmente deformerei tutto in modo immaginario, esasperando e stravolgendo la mia percezione.

Quando volgi lo sguardo dietro e rivedi il tuo lavoro, come la retrospettiva realizzata allo Spazio Forma di Milano, a che periodo storico e a quali immagini ti senti più legato?

Mi sono affezionato a tutte le immagini perché si sono succedute in termini anagrafici e di superamento di situazioni in continua sperimentazione, anche linguistica. Partendo dal periodo sperimentale, che è legato alle frequentazioni di quegli artisti, in quanto ero amico di molti pittori dell’informale, ho vissuto in pieno il tempo dell’informale. Sono rimasto piacevolmente sorpreso dallo Spazio Forma che ha sovvertito il modo tradizionale di frequentazione delle mostre; hanno abbinato per tre mesi, ogni settimana, un esperto di fotografia e altre tecniche espressive, per una serie d’incontri, proprio per dar modo ai giovani di aprirsi attraverso una tavola rotonda fatta con addetti ai lavori. Dal punto di vista didattico è molto importante perché, oltre gli incontri con gli esperti, un percorso di tre mesi diventa quasi una sorta di corso. Queste iniziative, sono spunti per quei giovani che sono molto attenti a tutto ciò che accade.

Le frequentazioni che hai avuto durante il tuo percorso artistico ti hanno influenzato nella tua sperimentazione?

Si, condividevo la rottura degli schemi. Come dicevo, ero amico di artisti come Tancredi, Minguzzi e Bendini, maestro dell’informale a Bologna. Si trattava di un discorso alla pari fra persone che condividevano gli stessi interessi verso il cambiamento e la sperimentazione, non vi era una distinzione. Possiedo diverse opere di scultori e pittori, una mia fotografia per un quadro o una scultura; lo scambio non era sul valore dell’opera ma si basava sulla stima reciproca e la condivisione verso uno stesso punto di vista. Mi sono avvicinato anche al modo della grafica lavorando per un anno con Carlo Bertelli in Calcografia Nazionale assieme a Guido Strazza e Giulia Napoleone. Mi sono occupato prevalentemente dell’analisi del segno e ho avuto modo di esaminare e approfondire il segno grafico. Da questa esperienza è derivato il lavoro che ho fatto successivamente su Ecce Homo di Guercino pubblicato nel libretto “Segnificazione”. Si è trattato di un lavoro sulla valutazione della fotografia che, secondo me, non è mai rappresentazione della realtà ma interpretazione. Per entrare nel merito del lavoro, dallo stesso negativo di riproduzione dell’opera del Guercino ho ricavato quattro stampe diverse aumentando per ognuna di loro il contrasto. In questo modo ho ottenuto quattro immagini che possono essere attribuite a secoli diversi: ora un madonnaro dell’ottocento, ora un caravaggesco e così via. Dalla stessa incisione, ho anche estrapolato e ingrandito dei dettagli stampandoli sino a due metri di grandezza, ricavando così delle immagini dal gusto pop o optical ; dunque questa è stata la dimostrazione della bugia fotografica materializzata.

Hai parlato della grafica e della collaborazione con la Calcografia Nazionale, secondo te da dove e com’è nato il discorso sulla tiratura?

Il discorso della tiratura ha origine dalla grafica. Inizialmente la grafica serviva principalmente per proporre un dipinto e non era vista come un’opera autonoma ( a parte i lavori di grandi autori come Durer ), ma era un mezzo il cui scopo era mostrare ad un eventuale acquirente un quadro che per la sua dimensione o perché collocato in un posto distante era difficile da visionare. Si invitava un disegnatore che lo riproduceva, questa riproduzione giungeva all’incisore che realizzava l’incisione, ed infine si stampavano le riproduzioni che servivano alla diffusione dell’opera. Difatti, sulle stampe veniva scritto il nome dell’autore dell’opera, di chi la disegnò, di chi la incise, di chi la stampò. La tiratura della grafica è nata, per un fatto mercantile: chi economicamente non poteva permettersi l’opera unica di un autore ( o forse è meglio dire la firma ), ne comprava una porzione e la tiratura ne avvallava il numero, insomma penso si possa affermare che la grafica corrisponde ad “ una reliquia d’artista”.

Qual è il tuo rapporto tra la forma e la materia in fotografia, c’è qualcosa che prediligi?

Il mio interesse è rivolto prevalentemente alla materia, però, se a parità di sperimentazione viene data anche la giusta attenzione alla forma, l’operazione è riuscita. Pongo la forma in secondo piano. Questa visione è molto differente dal pensiero crociano degli anni cinquanta che invece tendeva a privilegiare la forma.

Il passaggio dall’analogico al digitale ha cambiato o in qualche modo ha influenzato il tuo approccio alla fotografia?

Nel 1982 quando Fabbri Editori realizzò una raccolta di fascicoli dedicati ai Grandi Fotografi, aprii il fascicolo a me dedicato con questa frase: “la fotografia è morta, viva la videografia”, che è stato anche il tema di uno dei corsi che ho tenuto all’Università, dove preconizzavo un’evoluzione della tecnologia che si sarebbe poi chiamata digitale. Già allora ipotizzavo un cambiamento così radicale ed ho sempre promosso l’uso delle nuove tecnologie per facilitare la comunicazione. La fotografia è cambiata anche in funzione della tecnologia, altrimenti saremmo ancora a lavorare con i vapori di mercurio. La battaglia nel passaggio da analogico a digitale, la trovo una forma di romanticismo, di chi è legato ad un certo tipo di tecnica, alla poesia. Attualmente sto ipotizzando, addirittura, la trasmissione cerebrale della fotografia mediante i neuroni.

Sei sempre stato un fotografo che ha sperimentato, dalle ossidazioni ai clichè verre, etc. So che lavori ancora, qual è la ricerca che stai portando avanti in questo momento?

Recentemente ho lavorato ad un progetto che mi ha appassionato molto. Era nato da un incarico che avevo ricevuto da Contrasto e in particolare da Denis Curti. Si trattava di celebrare i 140 anni dell’azienda Polli e a tal proposito avevano incaricato Ferdinando Scianna e me. Io mi sono occupato della parte legata ai prodotti e alla storia. Ho interpretato i vasetti dei sottoli e sottaceti in maniera esasperata, una interpretazione del reale a colori saturi, quasi fluorescenti, ho trasformato cipolle, capperi, olive, pomodori e altre verdure in qualcosa che ha solo un richiamo, solo un’attinenza alla loro matericità, sino a spaziare nella trasfigurazione mentale. Ho chiamato questo lavoro Imago mentis e mi ha a tal punto divertito e interessato che è sta diventando motivo di ulteriore sperimentazione.

Segui ancora la fotografia contemporanea? C’è qualcosa di stimolante che riesce a coinvolgerti o in cui riesci ad entrare?

Mi stimola tutto e penso ancora al futuro, a tutti i tipi di sperimentazioni. Le mie immagini, negli anni, sono cambiate, ed è cambiato lo stile. A mio avviso l’identificazione di un autore con uno stilema di riconoscimento è una debolezza, può portare al successo ma sarebbe una chiusura ripetere per tutta la vita la stessa cosa. Per me è importantissimo cambiare, andare avanti e far evolvere il linguaggio per cui quando vedo nel lavoro di altri qualcosa di nuovo, che ha il “ guizzo”, mi fa molto piacere e mi conferma che la fotografia ha ancora tanto da dire e tanta strada da percorrere.

 

Per le immagini © Vincenza De Nigris

2 commenti »

  1. […] da questa  intervista a Nino Migliori, che ho sbirciato con interesse dopo aver visto la recente mostra a […]

    Pingback di Di tutto, di più « pensierifotografici il 18 February 2013 alle 23:43

  2. Grande Nino. Un mio collega una volta mi disse che tanto era già stato fotografato tutto….Probabilmente aveva ragione ma qui possiamo vedere ancora le mille possibilità che può offrire sempre la fotografia. Non è importante quello che si fotografa ma come lo si fotografa. Ce ne fossero di persone poi capaci di continuare a ricercare e divertirsi aldilà del successo.
    Essere bravi fotografi non conta nulla. Forse conta di più aprire nuove strade…E’ risaputo poi che Migliori è una bellissima persona…
    Guarda caso….

    Riccardo Varini

    Comment di Riccardo Varini il 19 February 2013 alle 19:35

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