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Anni Leppälä. Intervista di Vincenza De Nigris.

VD: Le tue immagini sembrano dei frame di una storia, sembrano essere estrapolate da un film. Come concepisci le immagini che vai poi a realizzare? Hai uno storyboard di riferimento o annoti quello che hai in mente?

AL: Lo scatto è fatto in modo intuitivo, ma alcuni soggetti sono pensati per molto tempo prima di venire realizzati; un oggetto o un luogo o anche un’atmosfera può essere il punto di partenza per un’immagine, ma questo pensiero anteriore non è quello definitivo della foto – questo cambia quando avviene l’atto vero e proprio di fotografare e anche questo significa costruire l’immagine. Fare uno scatto, inizia con l’andare in un posto che sembra avere un’atmosfera adatta alla suggestione immaginata. Questi ambienti saranno poi le scene per le vicende che vi prenderanno luogo. Faccio molte fotografie in uno stesso luogo e poi ne scelgo alcune solo più tardi. È essenziale come l’immagine si leghi a quelle già esistenti, come si parlano. A volte le immagini possono essere l’inizio di nuove rotte verso la totalità o un punto di partenza per una nuova serie di immagini. Può passare anche molto tempo prima di trovarne altre da affiancare. Quando si pensa ai semplici soggetti, per esempio l’andare nei musei nazionali ha prodotto molte immagini che si basano sugli stessi temi. I grembiuli sono stati una scoperta che ha guidato la realizzazione di altre immagini, e sono ancora presenti nelle mie ultime foto. “Red Blanket” è stato il punto di partenza per l’utilizzo del colore rosso come linea guida, e “Garden” è stato l’inizio del tema inerente il nascondere e l’occultare, il tema del diventare un’immagine. Da li in poi mi piace l’idea di coprire il visibile.

VD: La tua metodologia di lavoro è vicina a quale ramo della fotografia?

AL: La forza della fotografia sta nella sua connessione relativamente diretta col mondo visibile. Quest’affascinante qualità dell’immagine può essere utilizzata come un percorso dietro la superficie visibile di qual- cosa di irreale e invisibile, che porta a vedere “l’invisibile”. Potrei dire che mi piace l’idea che le fotografie siano come gli elementi di prova di un determinato tempo e luogo nel passato. Queste sono qualità molto elementari della fotografia, ma sembrano essere ancora una parte importante di quello che mi interessa in generale. Il mondo visivo è reale nella sua visibilità. La sfida di fare fotografie sta nel come si connette questo mondo visivo con il mondo interiore o con l’esperienza (anche in un modo diverso da quello che la superficie visiva reale suggerisce.) Più che collegare il mio lavoro con altre fotografie, cerco l’ispirazione nella pittura, nel cinema e nella letteratura.

VD: Le tue fotografie in alcuni casi sembrano dei quadri pittorici, data l’attenzione al cromatismo e al soggetto, per esempio nell’immagine: “Window (forest), from the series Possibility of Constancy”, mi viene in mente l’opera di Edouard Manet con “Il bar delle Folies-Bergères”, quindi ti chiedo se prendi ispirazione dalla storia dell’arte? E quali altre sono le tue fonti d’ispirazione?

AL: Sì, penso che la maggior parte degli artisti che mi interessano sono pittori. A volte penso che l’influenza avvenga a livello subconscio o non intenzionale, e solo dopo venga compresa e realizzata. Non c’è un quadro specifico che fa da punto di partenza, ma è qualcosa di più generale, come ad esempio la composizione o i colori possono diventare parte di un’immagine. Sono interessata a questioni classiche delle arti visive e la loro connessione con l’oggetto. La storia dell’arte è anche la storia dell’immagine. È anche un dialogo molto interessante tra medium di- versi – le questioni e le interpretazioni tra fotografia e pittura sono particolarmente di attualità ora. Questo è naturale, per la relativa giovinezza della fotografia come mezzo d’arte, perché sta ancora cercando la sua origine riflettendo sulla pittura. Per me, guardare ai dipinti è come ricercare un’esperienza interiore e riconoscere qualcosa di essenziale. Riguardo questi temi, mi ritrovo nel pensiero di Rilke di “weltinnenraum”, l’atto di trasformare il mondo visibile in qualcosa di molto suggestivo e particolare. È la lunga storia di rendere le immagini attraverso la pittura che la rende particolarmente speciale nel suo sviluppo e consente di guardare attraverso l’intera storia dell’arte e della cultura. La fotografia ha adottato molti aspetti dalla pittura, ma ha ancora una propria specificità che la rende affascinante rispetto a questa storia delle immagini.

VD: Ho notato una forte attenzione a livello cromatico nelle tue immagini, è dettato dalla ricerca di quello che vuoi esprimere, o si tratta semplicemente di estetica?

AL: La scelta finale dei colori e dei toni è una cosa molto importante, poiché influisce molto sull’atmosfera della luce. Cerco attentamente di stampare le immagini in modo che corrispondano alla concezione che vagamente sto cercando – questo non è semplicemente un tema né una scelta estetica, ma una combinazione di intuizione verso entrambi. Non sto cercando di puntare al colore o all’illuminazione più “originale e reale” in quanto l’immagine è sempre di- versa e separata dall’ambiente circostante iniziale. In altre parole, l’immagine trasforma i suoi soggetti.

VD: Come scegli i soggetti delle tue foto, c’è qualcosa che ti cattura di loro quando li scegli?

AL: Un oggetto o un luogo possono essere il punto di partenza per creare un’immagine. Anche un certo tipo di luce in uno spazio. Le specifiche caratteristiche degli oggetti e dei luoghi possono richiedere molto tempo per essere comprese; o poi a volte è possibile trovare improvvisamente un soggetto.

VD: Quanto è stato importante per te studiare alla University of Art and Design, di Helsinki?

AL: Ho fatto il mio Bachelor presso la “Turku Arts Academy“ e ho poi proseguito con il Master presso la scuola che una volta si chiamava “University of Arts and Design Helsinki”, oggi chiamata “Aalto University“. Helsinki school è una cosa diversa, per lo più è com- posta da artisti che lavorano in Finlandia. Vedo la Helsinki School non come un gruppo coerente, ma come una scelta di singoli artisti, che hanno il loro modo di pensare e lavorare. L’unica cosa che hanno in comune è il medium della fotografia. Studiare in generale è stato molto importante per me. Per avere la possibilità di partire da zero e imparare a pensare le cose attraverso diverse opinioni e critiche. Come un ampliamento culturale della storia dell’arte, la scuola è anche un luogo per conoscere i tuoi colleghi e gli artisti coevi.

VD: Cosa pensi che voglia comunicarci la fotografia oggi?

AL: La fotografia è un metodo con diversi obiettivi. Artisticamente parlando ora sta vivendo una fase molto interessante in cui sta diventando parte e sta avvicinandosi all’arte contemporanea. Anche i collegamenti e le posizioni della fotografia in relazione alla storia dell’arte, come la pittura, ora possono essere individuati più chiaramente. Spero che la fotografia come mezzo d’arte possa staccarsi dal discorso teorico che sta circolando incessantemente intorno ad essa – per diventare invece più focalizzata sul soggetto sui contenuti. E per trovarli deve rispondere alle stesse domande come qualunque altro mezzo artistico, domande sull’esperienza e sulla presenza.

Intervista di Vincenza De Nigris

 

Per le immagini ©  Anni Leppälä

http://www.annileppala.fi/

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